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  trenidicarta [ viaggio sui binari della vita ]
         








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18 febbraio 2010

L'altra mattina... (I)

Ho immortalato la Terra-di-Mezzo.
Dal mio balcone ho scrutato le Nebbie di Avalon.
Ho inspirato la bruma di Brocelandia.
Ho intrasentito risate di fate.
Ho percepito passi felpati e sonagli tintinnanti.
 




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18 febbraio 2010

L’altra mattina ... (II)

 

Ho immortalato il Tempo-di-Mezzo.

Dal mio balcone ho contemplato il Mondo Fluttuante.

Ho seguito con un dito ritagli cinesi.

Ho celebrato il momento presente. Fuggente.

Ho sospeso un pensiero. Su goccia di rugiada. Galleggiante.

 




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17 febbraio 2010

Un sesto. Senza (più) senso apparente.

2005-2010.

5 anni.

Un sesto della mia vita.

Una vita intera, per lo scoiattolo americano.

Un nano-secondo, per la testuggine Morla.

Un’eternità, per la vita breve di una farfalla.

 

E per Trenidicarta? Cosa sono stati 5 anni?

Incontri. Scontri. Cambiamenti.

BestWestern, casa nuova, colleghi nuovi.

Poesia Incanto Fuoco e Fiori.

Morte.

Speranza, preghiera. Abbandono.

Un gatto.

Sfide, vittorie, perdite. Libri cinema viaggi.

Zingarata.

Lettera Testamento.

Baciare.

Consumare assaporare buttare. Creare.

Lacrime amare.

Anche.

 

Niente. Se ci pensi.

 

E ora.

Trenidicarta è un origami sfatto. Che ci sono troppe pieghe e dio quanto è difficile ritrovarne il Senso.

Trenidicarta è un pezzo di vetro, in un caleidoscopio abbandonato. Riflesso spento di un gioco aggraziato.

Trenidicarta è un vagoncino abbandonato. Anche i binari più dritti creano panico e confusione.

E il biglietto solo andata non ha più destinazione.

 

E ora Trenidicarta è stanca.

Mi rifugio qui.

In una breve incubazione, in un gioco di specchi.

In sospensione tra una virgola e un capoverso che verrà.

Osservo, mi faccio osservare.

Niente azione. Lascio che sia.

 




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17 febbraio 2010

Mettimi la mano sopra il cuore

 

Mettimi la mano sopra il cuore,

proteggi questo mare turbolento,

questi sogni di barche smarrite,

questi viaggi erranti.

Fratello, mettimi la mano sopra il cuore.

 

 

 

Guidami in questa notte di fine del mondo,

salvami dalle orde della morte

e liberami dall’estasi dei ciliegi in fiore.

Desidero rimanere qui, tanto vicino alla terra,

come seme addormentato.

Curami con la tua solitudine,

con la tua età di mille anni.

 

Mettimi la mano sopra il cuore.

 

(Rolando Toro)

 




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8 aprile 2009

L'Anima dei Luoghi

Ci sono luoghi e luoghi.

Diversi per le vicende storiche che li hanno visti come sfondo o come meta; diversi per funzione, caratteristiche morfologiche e antropologiche.

Ci sono luoghi pubblici, con un significato socialmente riconosciuto; e luoghi privati, il cui senso è codificato solo dalla storia personale.
Ci sono luoghi protetti, aree naturalistiche la cui preservaizone è regolamentata da leggi locali, nazionali o sovranazionali; e luoghi da consumare, aree del divertimento o della sperimentazione.

Ci sono luoghi dello spirito, eretti o eletti dimora degli dei o tramite per poter comunicare con una dimensione trascendentale. Così come ci sono luoghi evocatori, in cui tutto o parte ricorda o conduce a precisi episodi che hanno cambiato o marchiato il corso della storia.
Ci sono luoghi di ispirazione artistica e luoghi di espressione artistica.
Ci sono luoghi onirici e luoghi sensoriali.

Ci sono luoghi leggendari e luoghi artificiali.
Ci sono luoghi di mezzo in cui il transito prelude altri luoghi e altre mete o in cui il transito diventa esso stesso luogo fisico o mentale.

Ci sono luoghi delimitati da confini politici o geografici e luoghi che i confini li oltrepassano o che di limiti proprio non ne hanno.
Ci sono luoghi piccoli, a volte nascosti; e luoghi sfacciati e ridondanti.
Ci sono luoghi nei luoghi. E luoghi che rimandano ad altri percorsi.

Se è vero che i luoghi, nelle loro diverse accezioni o sovrapposizioni semantiche e di significato sono infiniti, è altrettanto vero che non esiste un luogo uguale all'altro.
Ed è altrettanto vero che non esistono "spazi vuoti", "luoghi muti", che non siano in grado di comunicare.

Nell'antica Grecia, luoghi quali incroci, sorgenti, pozzi, boschi, erano abitati da dei e dee, ninfe, daimons. E gli uomini dovevano essere consapevoli dello spirito , della sensibilità, dell'immaginazione che vi sovraintendeva, e di come corrispondere con il luogo in cui ci si trovava.

Nella nostra cultura, invece, a partire da Cartesio e Newton - con le astrazioni del razionalismo e la rivoluzione scientifica del Seicento - i luoghi hanno perso l'anima: abbiamo sostituito l'individualità, la specificità di ciascun luogo con l'idea di uno spazio vuoto, uniforme, che si può misurare e occupare.

Ma no.
Ogni luogo ha la sua anima, stretta in un legame indissociabile.
Un'anima che assorbe i pensieri e le tradizioni che lo abitano da secoli o millenni. Un'anima che assorbe le tracce di passaggio, siano queste compiute da intere popolazioni o da comunità più o meno piccole, o dal singolo individuo che lì, proprio lì, vi ha lasciato un impronta. O che da lì, proprio da lì, ha tratto ispirazione.

Ed è proprio per il suo carattere animistico che ogni luogo è portatore di verità. Ogni luogo è portatore di bellezza.
Una bellezza specifica e allo stesso tempo mutevole, che varia in relazione allo sguardo che di volta in volta la contempla.
Una bellezza che, se compresa e rispettata, può restituire quel senso al paesaggio, all'architettura, alla nostra stessa vita, spesso anestetizzata dall'incapacità di osservare e di provare sensazioni che avvolge la nostra cultura spesso troppo razionale e superficiale.

Questa raccolta è un invito alla scoperta/riscoperta di luoghi, alla loro contemplazione sensoriale. E' un invito a comunicare con essi, a trovare/rtrovarvi corrispondenze.

E' un invito alla scoperta dell'Anima dei Luoghi, in un viaggio verso la riscoperta dei Luoghi della propria Anima.


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30 aprile 2008

C'è che mi manca

A volte è un pensiero sottile, scritto a piccoli caratteri con uno slavato inchiostro simpatico; che nessuno lo vede, ma è lì. Un pensiero bianco, ad occupare uno spazio bianco.

 

A volte è un odore. Improvviso, come se nell’aria calma e piatta venissi investita da una folata di vento, di quelle che sbattono le imposte e fanno cadere i panni stesi al sole. Di quelle che ti soffiano addosso un ricordo. Inaspettatamente e violentemente.

E succede in macchina, quando delle particelle impazzite sprigionano per non si sa quale reazione chimica un’esalazione fino a quel momento trattenuta: ed è profumo pungente di menta, estratto dalla sua borsa qualche anno fa; ed è odore di cellulosa inchiostrata, strofinato tra pollice ed indice all’inizio di un viaggio di tempo fa.

E succede in camera da letto quando in quei secondi di movimento d’aria in cui il lenzuolo sollevato scende gonfio verso il materasso l’odore della sua pelle addormentata si libera dalle fibre del tessuto in cui, ancora, era rimasto impigliato.

E succede nella mia testa, ogni tanto e di sorpresa: odore di quelle parole, odore di latte, odore di violette. Mi prende alla sprovvista; poi mi allerta, come l’odore di una preda che arriva alle narici di un lupo, quando gira il vento. E allo stesso modo mi fermo, alzo la testa, socchiudo gli occhi nello sforzo di carpirne l’origine, la sua posizione nel mio mondo esteriore, e in quello interiore; allo stesso modo, il mio istinto vuole catturarlo, inalarlo, divorarlo, assimilarlo, farlo diventare parte indissolubile di me, delle mie fibre.

 

A volte è un accordo mancato.

Nella musica di una conversazione, di una situazione, ecco che manca una nota, quella nota.

Ed è come se in una tastiera mancasse un si bemolle; come se ad un’arpa mancasse una corda.

Nell’esecuzione, si percepisce che qualcosa non va… si avverte uno squilibrio, che a volte diventa stridente, a volte malinconico, a volte semplicemente sospeso; incompleto.

Ed è come se, senza quella nota, senza quel tasto nero, senza quella corda, senza quella tonalità si perdesse il senso della frase musicale; è come se si perdesse l’armonia e, con essa, il vero senso di quella conversazione, di quella situazione.

 

A volte è un passato insistente.

A volte è un futuro perduto.

 

A volte è  una preghiera.

 

A volte è semplicemente un groppo in gola.

Di quelli grossi, che non vanno né su né giù.

Di quelli che vorresti che tua mamma ti facesse una carezza con quella mano morbida e calda.

Di quelli che vorresti che tua mamma ti abbracciasse e ti tenesse stretta un po’.

E che piano ti sussurrasse che va tutto bene.

Che va tutto bene. E che poi passa.




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11 marzo 2006



Ieri l'ho fatto.
L'ho afferrato nell'angolo alto a destra con due dita.
L'ho strappato dal resto della storia. Movimento lento e secco.

Fissandolo con quello sguardo che è rancore e malinconia l'ho accartocciato. Accartocciandolo con quel (retro) gusto appagante ma un po' amaro, l'ho lanciato in alto.

Ne ho seguito la traiettoria: inchiostro di parole dette e non dette tra pieghe di broccato e parquet lucidato. Verso l'alto. Verso quello che sarebbe potuto essere. Cellulosa pressata e pressante tra giornate illusorie e incravattate. Verso il basso. Verso quello che non sarà mai.

Con la mazza dell'orgoglio, poi, l'ho colpito. Forte e lontano.
Così lontano che non ci sarà nessun giocatore in grado di recuperarlo.

L'ultimo mese non deve tornare in campo.


"Per vivere con onore bisogna struggersi, 
turbarsi, battersi, ricominciare da capo 
e buttare via tutto,
e di nuovo ricominciare a lottare"
Tolstoj




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4 febbraio 2006

Milan l'è un gran Milan



"A volte sembrano solo case,
cubi, incastri a vista
di finestre e porte.

Poi si fanno ponti"

Delfi


Che uniscono e che avvicinano.
Ponti. Si.




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1 febbraio 2006

Panico a Brucolandia (III)

L'Inverno a Brucolandia (I)
Il Bar del Cavolo (II)

Tump.... tump...

e le ragnatele che d'inverno coprono come fitte tende le finestre del bar del Cavolo, proteggendolo dal freddo e dagli insetti indesiderati, tremano lugubremente. Così come le pagine del Corriere del Parco, strette ora in una sola zampa di Otto il Coleottero.

Tump... e le percussioni degli Skorpions sussultano aritmicamente, producendo un eco sinistro nel silenzio che improvvisamente è calato in tutto il locale.

I clienti si sono immobilizzati. Solo, centinaia di piccoli occhi rimbalzano sguardi allarmati lungo le pareti, rincorrono le ombre provocate da candele tremolanti, indagano i musi ammutoliti dei loro vicini; solo, centinaia di piccole antenne fremono: alcune per la paura, altre per cercare di captare qualche informazione via etere; per cercare di intercettare qualche segnale che possa smentire il terrore ancestrale che ha rincominciato a correre improvvisamente per i loro corpicini come una lunga e bassa scossa elettrica. Di quelle che, ad averli, farebbe rizzare tutti i peli.

Tump...

due soli impercettibili movimenti, nel bar.
Un boccale di ambrosia rovescia del nettare sul bancone.
Bea, la Scarabea abbassa lo sguardo, arrossendo... forse teme che a furia di parlare di maledizioni, ne abbia evocata una di portata incontrollabile.

Poi. Ritorna tutto in stato di pausa permanente.
Tempo e fiati e pensieri sospesi.
In attesa del prossimo passo. Che potrebbe portare la paura più lontano di qualche centimetro.
O più vicina.

SBAM!!

Certo, nessuno si sarebbe aspettato che il portoncino di ingresso del Bar si spalancasse improvvisamente, facendo entrare violentemente la morsa di gelo e l'umidità del parco.

La vista sul locale, dalla soglia, deve sembrare alquanto strana, ora. Tavolini e sedie si sono svuotati in una frazione di secondo: in un attimo le api, non curanti delle norme di sicurezza, sono volate al piano superiore; in un attimo le formiche e le cicale si sono strette in vicinanze improbabili dietro al bancone; in un attimo Bea la Scarabea è rotolata sotto il tavolo, mostrando solo la sua corazza lucida e tremante; in un attimo Alfredo la Cimice ha emesso uno dei suoi odori più fetidi, la cui aggressività contrasta con il rossore timido e vergognoso; in un attimo, Otto il Coleottero ha impugnato il fucile appeso sul muro dietro la cassa, lasciando scivolare sul pavimento la cartolina del viaggio di nozze di Bruco e Bruchetta appesa poco più sotto.

Che scivola, piano, lungo il pavimento. Fino a fermarsi sotto la suola di un Caterpillar. Affiancato da un altro Caterpillar. Seguiti da un'altra coppia di Caterpillar. Che a loro volta ne precedono altri due. E così via. Fino al vialetto di ingresso del Bar.

E' un soldato dell'armata dei Mille Piedi.

L'armata dei Mille Piedi. La più temuta e la più onorata.
Tutti gli insetti del Parco-che-non-c'è la conoscono. Difende con rigore e grande coraggio i confini di Brucolandia e non solo, qualche volta coadiuvata da un corpo speciale di aviazione che risponde al ronzio di battaglia “Ecce Bombo”. L'armata dei Mille Piedi cerca di preservare l'ordine fuori dal territorio e di non intromettersi nei disordini interni, per i quali non esiste una vera e propria forza dell'ordine ma un Consiglio di Grandi Saggi, di cui Vittoria la formica è uno dei membri d'onore.

E' per questo che soldati e ufficiali non si vedono mai all'interno del villaggio. Sono solo pochi anziani a ricordarsi di un episodio risalente a tanti e tanti anni fa che fece eccezione.
Un episodio che aveva seminato il panico. L'Armata non era riuscita a tenere testa a un nemico mostruoso, che in poco tempo aveva raso al suolo due terzi del Piccolo Popolo di Brucolandia.

Tempi tristi, che avevano segnato le pagine dei libri di storia, insieme all'inconscio collettivo.

E ora, la vista improvvisa di un soldato lì, sulla soglia del Bar del Cavolo, fa rientrare in circolo la memoria ancestrale.
La formica Vittoria chiude i piccoli occhi. Gli occhi di chi sa.

L'Armata dei Mille Piedi vi invita, da questo momento, a rispettare il Coprifuoco.”

Il soldato pronuncia queste parole con un tono di voce alto, le lettere ben scandite.


Tump...

Una zampa sull'elmo ed una ancorata alla soglia, la voce del soldato non si scompone:

Siete tutti invitati a lasciare questo luogo, in modo ordinato e senza indugio, e a raggiungere le vostre tane. Siete pregati di allertare amici, parenti e conoscenti di non uscire dalle tane per nessuna ragione al mondo e di rimanervi fino a quando non sentirete per tre volte il suono delle canne dello stagno” .

Voce ferma. Che ipnotizza occhi e antenne. Voce intransigente.

Lo sguardo del soldato indugia con freddezza qualche secondo sul pubblico terrorizzato del Bar del Cavolo.
Poi, lo sguardo si fa più insetto. Con voce bassa e sfuggente, come a parlare tra sé e sé, il soldato dell'Arma dei Mille Piedi sospira:


Karma è tornato”.




 

“Ed ora?”
“Niente panico... Lo senti ancora quel Tump?”
“Sì. è il battito sospeso del mio cuore.”




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27 gennaio 2006

E' quasi lui

E' quasi lui. L'albero di fronte alla vetrata del soggiorno.
Abito a piano terra e sembra che l'albero sia un'estensione naturale di casa.

Sicuramente, è solo da qui che si riesce ad osservarlo così bene.
8 metri orizzontali di ramo contorti, ritorti, intrecciati e orizzontali che, in prospettiva, calzano a meraviglia nella cornice dei 4 metri per tre del finestrone. Rigorosamente senza tende.

L'albero è una costante della vita casalinga.
Dalla mattina, quando i rami neri contrastano con la luce rosa dell'alba e la brina del prato, fino alla sera, quando diventa una sagoma indistinta, un ritaglio di carta cinese, un'ombra nella notte.
D'estate è verde; non ha frutti, ma infiorescenze gialle. Le sue fronde accolgono una famiglia di colombi, una coppia di tortore, qualche merlo, che con l'autunno lasciano il posto a un pettirosso e a una colonia di cince more e bigie.
D'inverno si spoglia completamente; è un intreccio di pennellate sottili e nere. All'estremità dei rami ricurvi, delle pigne rosso scarlatto rivolte verso l'alto lo trasformano in una sorta di candelabro, mistico nella sua nuda semplicità.

E io mi perdo a osservarlo. Mi soffermo sul tronco corto, ammiro la forza delle radici, il loro appiglio sicuro e concreto. Seguo con lo sguardo l'evolversi delle curve dei rami: strade e autostrade che si sfiorano e si intersecano. Mi smarrisco nelle estremità, dita affusolate ed eteree.
Di quelle speciali. Tese per ricevere senza pretendere. Tese per offrire e umilmente ringraziare.

E ora, se lo guardi, sembra una fantasia di cioccolato fondente da infilare in un dessert. Di quelle che solo Pasticceri esperti possono inventare ed elaborare. Ecco, vedi, ora è il momento della spruzzata di zucchero a velo. E ti assicuro che il Pasticcere ha un tocco abbondante e davvero maestrale.


(per un momento, ho pensato che in questi giorni il Pulitore di Stelle si stesse impegnando con precisione e passione a lucidare le Stelle Polari)






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26 gennaio 2006

L'inverno a Brucolandia (I)

E' arrivato l'Inverno, nel Parco.
E con lui, è calato il silenzio su ogni cosa.

Verso sera, insieme all'inverno e al silenzio, un sottile velo di umide goccioline ricopre piano ogni sagoma. Il loro contatto con il calore del terreno, per quanto poco questo possa essere, provoca una leggera condensa che sale, avvolge, sfuma i profili, attenua la luce – che si fa bassa e soffusa. Rendendo il paesaggio acquarellato e inconsistente.

E' arrivato l'Inverno, nel Parco-che-non-c'è.
Gli Elfi, i Folletti e le Fate sono rientrati, con un brivido, nei libri di Fiabe.

Il Lattuga, il locale trendy di Brucolandia, la frazione del Parco-che-non-c'è più prossima al Laghetto, è silenzioso e buio. Solo e ogni tanto e se si fa attenzione si percepisce un tintinnio lieve: a ogni tremore di freddo dei fili d'erba, le lampadine dell'insegna sbatacchiano piano le une contro le altre.

Il Teatro Dal Verme ha terminato la stagione: sul portone di ingresso, qualche foglio ingiallito e arricciato dall'umidità preannuncia la prossima apertura per l'equinozio di primavera con “Il Volo del Calabrone”.

Le finestre del night “Al Broccolo”, appartato dietro a un canneto in riva allo stagno delle papere, sono spente. Delle lucciole che normalmente vi si esibiscono non c'è ombra. Voci sussurrate da uno stormo di oche di passaggio verso Sud, che aveva alloggiato la notte precedente a Le Meridien, giuravano e spergiuravano che il night fosse stato occupato dall'Amantide, esperta organizzatrice di incontri fugaci e clandestini, che l'avevano resa famosa come “La Divoratrice di Uomini”.

Ma la foschia delle sere d'inverno, anche se ciò fosse vero, le è complice: certamente la nebbia attutirebbe i passi frettolosi e nasconderebbe sotto un foglio di carta velina grigia le impronte più evidenti. E tutto passerebbe inosservato. Sotto silenzio.


E tutto passa inosservato. Sotto silenzio.

E' arrivato l'Inverno.
E a Brucolandia sassi, funghi e foglie morte non sono altro che ciò che sembrano.

Immobili e zitti. Sommersi nel sonno della terra. E immersi nel suo respiro lento.
Infreddoliti e tremanti, durante le brevi inspirazioni. Avvolti da una condensa nebbiosa e surreale, durante le lunghe espirazioni.

Sospesi in una sorta di limbo, come solo i sogni della terra, in queste circostanze, lo possono essere.


Ed è così, semplicemente, come semplice è il corso naturale delle cose, che nella profondità del sonno i sogni – sospesi e liberati - fecondano la terra: sussurrano un riflesso di primavera; come fuochi fatui si librano nell'aria, accarezzano la tridimensionalità degli elementi, e donano loro nuovi nomi.

Ed è allora, nella profondità dell'inverno, che le Storie, sbadigliando, si svegliano.

Basta un refolo di vento freddo e

    le penne dell'allocco si gonfiano;

                    l'acqua dello stagno si increspa, nel centro, là dove non è ancora ghiacciata;

    una goccia di umidità cade da quel filo d'erba e risuona su quel ciottolo levigato.


Basta un refolo di vento freddo,
un respiro agitato della terra appoggiata e sognante sul guanciale dell'Inverno e....


Schhhh... non rompere l'incantesimo... dammi la mano.
Seguimi, ti faccio vedere una cosa.

Ecco, lo vedi?
Scosta questo filo d'erba, appostiamoci dietro questa radice.

C'è foschia, lo so.

Ma lo vedi? Dimmi, lo vedi?

A qualche metro in linea di mezz'aria, si scorge tra i banchi di nebbia un fungo.

Il fusto è lungo, bianchiccio, non del tutto dritto: termina con una cappella marrone, sovrastata da un piccolo comignolo. Una lunga voluta di fumo si dissolve nell'umidità della notte.

Una rapida brezza rende limpida la visuale, per un attimo, e rende i rumori lievi più distinti: nel fusto si riconoscono tante piccole finestrelle, alla base un portoncino di legno.
Si intravede luce di candele all'interno; dall'interno si intrasente musica di fisarmoniche e melodiche e tamburelli.

Entriamo??
Entriamo!


(e ringrazio Ofyp per l'ispirazione, mannaggia a te...)






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24 gennaio 2006

Senza troppo giudizio

Come anestetizzata, abbasso le difese.
Non mi oppongo,
mi offro e so che, in fondo, non mi farai alcun male.

Le mani tremano un po'
e stringono il bracciolo della poltrona dove mi hai fatto adagiare.
Ti guardo. Ridi.

Non importa più nulla, ormai.
Ti osservo mentre penetri, con parole rassicuranti.
Ti accolgo e mi muovo seguendo la tua voce.

Aprirai una ferita, ne sono consapevole.
Ma è un rischio che devo correre.
Aevavamo messo a tavolino i pro e i contro.
E anche dell'irrazionalità.
Lunga una manciata abbondante di minuti.
Lenti.

Ho il battito accelerato.
Mi sfugge un gemito. Lieve.
Cinque secondi intensi di
respiro trattenuto sangue che pulsa mani graffianti
tempo sospeso e collo teso.

Piano, tutto riacquista la giusta prospettiva.
Piano, riapro gli occhi.
Con una mano, ti asciughi la fronte un po' sudata.
Ti guardo. Sorridi.

Mi offri da bere.
Mi passi del ghiaccio.
Scotch on the rocks. E rido.
E' perfetto per sopire il dolore che ho dentro. In fondo.

Rido, ma se ora mi guardassi, sai che vedresti una smorfia.
Tutto questo ha un prezzo davvero troppo alto.
Mi sento leggera, svuotata. Narcotizzata.
Sento di avere perso qualcosa e mi convinco che è stato a fin di bene.

Ti stringo la mano. Ti ringrazio: in fondo, pensavo peggio.
E ci diamo un altro appuntamento.

E anche oggi sono in leggero stato confusionale.

ps ringrazio il dentista per la prestazione rapida e indolore.




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20 gennaio 2006



C'è nebbia.
E' tempo di abbassare le luci.
Versare un rosato nei calici.

Voluttuosamente,
Offuscarsi nei sensi.




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20 gennaio 2006



"Una volta Maurice incontrò il nano, mentre anche lui guardava le nuvole.
Un nano in piedi, con un libro enorme sottobraccio, non visto da nessuno. Sembra trasparente, agli occhi degli uomini. E forse lo è.
Una volta, quella volta, chiese:
- Perché ci diamo tanta pena per fare qualcosa che tanto è già scontato? che tanto è già scritto, e quindi accadrà? Perché ci affanniamo tanto per fare qualcosa che comunque faremo?
Il nano rispose con la voce distratta:
- Perché è scritto anche questo. La ricerca fa parte della strada.
Ne sa di cose, il nano con il futuro sottobraccio."

Vaniglia, Lorenzo Marini




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15 gennaio 2006

Gente del deserto -II

Venerdi sono stata a una conferenza con lei.
Qui un quadro chiaro e preciso della serata e della realtà Saharawi, una delle tante verità scomode che passano sotto silenzio.

Gente del deserto I

 

La società Saharawi aveva origini remote.

I suoi fondamenti infatti risalivano al XIII secolo, periodo in cui tribù arabe provenienti dalla penisola arabica, più precisamente dallo Yemen, invasero la parte settentrionale dell’Africa, giungendo nel Sahara Occidentale e in Mauritania, e si fusero con le popolazioni locali di lingua berbera.

La Storia aveva insegnato al giovane Nehry che gli incontri/scontri tra civiltà non lasciano mai immutato il profilo sociale e culturale delle singole popolazioni: nel bene o nel male ne esce sempre un nuovo prodotto, all’interno del quale il rapporto tra le componenti originarie può rivelarsi più o meno squilibrato.
E anche in quel caso, lo scontro di tribù diverse aveva generato una popolazione dalle nuove caratteristiche: le principali conseguenze della fusione tra yemeniti e berberi furono l’arabizzazione della lingua – l’hassanya – e un’elevata propagazione dell’islam, elementi che si erano entrambi tramandati fino al presente di Nehry, così come anche la forte coscienza di unità.

Allora, la coesione delle fazioni e delle tribù, le quali raggruppavano le famiglie discendenti da un medesimo antenato reale o mitico, era rafforzata dal consiglio dei Capifamiglia riuniti in assemblea – la Giamaha - , mentre in momenti di pericolo o di interesse comune le tribù si riunivano attraverso i loro capi, in un consiglio – l’Ait Auban – il Consiglio dei Quaranta: un modo per riavvicinare sporadicamente le tribù nomadi disperse; un modo per unire i tasselli di un unico mosaico e scoprirne ogni volta la forza e la fierezza. Dei loro tratti comuni e della loro libertà.

Pare che molti occidentali studiosi delle civiltà africane avessero particolarmente insistito sulla bellicosità dei nomadi ma Nehry sapeva che la guerra – a volte – è necessaria: in un’economia dalle risorse così scarse, minacciate continuamente da un ambiente severo, la guerra era un modo per ridefinire i rapporti tra le tribù e i termini dello scambio.
E quindi, ciò che sembrava una conflittualità permanete e senza scopo, era stata in realtà l’espressione di continui aggiustamenti in una società unita al suo interno.

Nehry aveva imparato a non fermarsi mai alla superficialità delle parole, ma a scostare il loro sipario per scoprire un palcoscenico profondo fatto di scene e retroscene.
In fondo, era un po’ come cercare l’acqua nel deserto: bisognava saper riconoscere con cura e pazienza i segnali giusti per poi incominciare a scavare.

Fino a quel periodo storico i nomadi saharawi – in quanto tali – non si erano mai dati dei confini netti. Le loro linee di demarcazione erano gli orizzonti vasti, la massa dell’oceano, le dune multiformi e gli accampamenti delle tribù nemiche; nonostante ciò, come in un pomeriggio particolarmente torrido Djrada aveva mostrato su una cartina africana grande e un po’ sciupata – si poteva affermare che i Saharawi avevano da sempre occupato un lembo di terra che solo in seguito venne delimitato da confini precisi.

Nehry si ricordava che Amina aveva alzato la mano e aveva chiesto all’insegnante dove quel “in seguito” si sarebbe potuto collocare sulla linea temporale.
Nehry si ricordava anche l’espressione della sua insegnante: Djrada aveva atteso qualche secondo, prima di alzare il sopracciglio destro e dire: “ ‘in seguito’ si riferisce a un periodo storico molto importante. Un periodo storico in cui il continente europeo è nel pieno dell’espansione. Un periodo storico in cui le terre extraeuropee vengono spartite tra i potenti come se il mondo fosse la plancia di un gioco a dadi. Ragazzi, siamo nella seconda metà dell’Ottocento. E domani vi aspetta una lezione lunga ma molto importante”.

Quella frase aveva destato curiosità tra i suoi compagni; per quanto lo riguardava, Nehry era convinto che quella premessa fosse stata la base per un inizio di sottile e quasi inavvertita avversione per le allora misteriose potenze che si sentivano tanto padrone di un mondo che in fondo non era mai appartenuto loro.

Fine seconda parte




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13 gennaio 2006

Medicus, Noah Gordon


Grazie a lei  e a questo, in due giorni di neve e camino mi sono inoltrata nel mondo e nel viaggio fisico e intimistico di Rob J Cole, nato dalla penna precisa di Noah Gordon.

Ho abbassato lo sguardo, di fronte alla tragedia della morte e al peso di responsabilità troppo grandi per un piccolo orfano dell'Inghilterra dell'anno 1020.
Ho aspettato e temuto un nuovo inizio, al seguito di un cerusico (cavadenti, barbiere, venditore di tonici miracolosi, intrattenitore delle folle, chirurgo-giocoliere) e del suo carrozzone colorato in giro per l'Europa.

Ho accettato con difficoltà la consapevolezza di un dono “genetico” inaspettato: la capacità di sentire nelle mani delle persone il flusso di energia vitale che si spegne inesorabilmente.
Ho sentito l' arsura dell'ignoranza e della superstizione, e ho provato la sete di sapere e di ricerca, quasi una rivolta all'ineluttabilità della morte.

Ho accettato la sfida e l'ambizione di un sogno, e sono partita con Rob per la Persia, dove esiste l’unica scuola di medicina: quella di Abu Ali al-Hussein Ibn Sina noto con il nome di Avicenna.

Ho vissuto sulla pelle tre religioni (e tre civiltà): quella cristiana, quella ebraica (Rob è costretto a diventare l'ebreo Jesse Ben Nenjamin per poter giungere in Persia) , quella islamica (Rob-Jesse è costretto ad imparare tutto sull’Islam per poter entrare nella scuola di Avicenna).

Ho seguito i passi di un ragazzino, poi adolescente, poi uomo acerbo, poi uomo maturo e medico-non-per-soldi-ma-per-vocazione, in viaggio in un triplice mondo: il mondo storico dell’Alto Medioevo eurasiatico, il mondo della conoscenza e delle pratiche mediche, il mondo etico dei valori umani.

Ho percepito la sofferenza ed il dolore, sempre e anche attraverso le mani di Rob, gentili e ferme e rispettose di fronte alla diversità e alla vita e alla morte.

Ho voltato l'ultima pagina, ed ho guardato con lui l'orizzonte, dalla staccionata di un glen scozzese:
e ho immaginato il senso di meravigliata gratitudine che può provare un medico che è cosciente di essere stato prescelto per lottare contro la sofferenza;
e ho immaginato il senso di sconforto, prima, serenità e accettazione, poi, che deriva dalla scoperta - e certezza - che, qualunque dolore si sia in grado di prevenire, evitare, curare, alleviare, il destino degli uomini non potrà mai essere in mani mortali.

E, forse, è in questa consapevolezza che si ritrova l'autentica vocazione del medico.


Noah Gordon
Medicus
Bur
650 pp circa, ma molto scorrevoli

Medicus è il primo volume della saga della famiglia Cole: ad esso seguono "Lo Sciamano" e "L'eredità dello Sciamano"




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29 dicembre 2005

Oggi il treno ha messo le ali

E' scivolato lungo cavi spaziali.

Ha attraversato campi di cirri. Si è inoltrato in foreste di cumuli.
Ha costeggiato praterie di nembi. Ha accarezzato vapore cristallizzato.

Silenziosamente, ha tracciato una linea retta
su una vasta pagina di cielo
soffuso e bianco.




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24 dicembre 2005

auguri (per quel che vuoi tu)




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23 dicembre 2005



In questi mesi c’è chi mi ha insegnato che la musica, se si fa attenzione e se si vuole, ha il potere di immortalare momenti ed emozioni. Di amalgamarsi con essi e di conservarli nel tempo, con gli stessi profumi e sapori.

Come un barattolo di gelatina. Si svita il tappo, partono le prime note ed ecco.
L’essenza dell’istante vissuto si libera ed arriva al naso.
Poi alla bocca.

Poi al cuore.

Questa mattina mi sono forzata a far uscire dalle casse del pc e ripetutamente Wide Open Spaces delle Dixie Chicks, che segnano per me ogni partenza e che profumano di futuro. Vasto e aperto.
Di macchina alla Thelma&Louise e di strade lunghe degli U.S.A interni. Anche un po’ di testardaggine e di spirito d’avventura.

Ma.

Sono stonate, oggi, le due texane. Stridenti.
Sono una bugia.

E’ da poco che gli auricolari trasmettono un’altra canzone.
Ed è lei.
Quella che si amalgamerà con il mio stato d’animo. E che immortalerà questo presente.
Father and Son, Cat Stevens.

Ora so che ogni volta che sviterò il tappo, da questo barattolo uscirà profumo di malinconia.
Di percorso che termina e che sfuma. Saprà dei minuti prima del distacco. Di quegli istanti in cui le parole sono finite e resta lo sguardo. Senza tempo e più carico di qualsiasi discorso.

Ogni volta che immergerò il dito nel barattolo e che lo porterò alla bocca, sentirò un sapore amaro.
E aspetterò che lentamente il sapore amaro si sciolga in carezza. Come quella di chi ti dice: “Vedrai, andrà tutto bene”. E te lo dice sotto voce e nell’orecchio.
E aspetterò che vada giù, questo sapore amaro, come quando si manda giù un groppo fermo in gola.

Ma questo succederà dopo. Dopo le ultime note. Dopo che avrò avvitato il tappo e riposto il barattolo.
Dopo che avrò distolto lo sguardo.


Fino ad allora, sarà spleen.

E sarà screziato di blu.

E saprà di mandorle acerbe.

 




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22 dicembre 2005

Strade



Mi piacciono le strade. Le piste. Le rotte.

Di cielo o di terra o di mare. Svelano percorsi e, con essi, infinite possibilità. Storie. Incroci-incontri e sentieri-solitudini. Paesaggi. Domande e risposte. Tante le prime, poche le seconde. Luoghi dell’anima.

Mi piace la strada che si fa. Mutevole.
Ci sono strade che si srotolano, come nastri di seta nera.
Da guidarci sopra senza troppi pensieri. Oppure con.
Ci sono strade diritte da percorrere con decisione e una certa tranquillità.
Ci sono strade con curve pericolose o con curve da scivolarci sopra piano.
Ci sono strade con tanti incroci, che impongono scelte. Impegnative. Da pensarci su.
Ci sono strade che non sai dove portano, ma che sai che devi prendere. Lo sai, ma non perché.

Mi piace la strada che porta. Vicino o lontano. Ma che comunque va.
Esalta l’istinto ancestrale. La febbre dell’andare.
Mi piace ogni suo passo. Impolverato, infangato, aiutato, accelerato, rallentato, sospirato.
Mi piace ogni suo paesaggio. Ogni confine attraversato. Ogni scorcio immortalato. Ogni soglia varcata. Ogni vastità ammirata. Ogni oasi di sosta. Ogni caravanserraglio di passaggio. Ogni sasso.

Mi piace la strada che incontra e che racconta.
Le mappe da consultare in sintonia, sorsi di borraccia da condividere, fuochi di notte per riprendere il fiato. Parole d’alba.
Parole di strada.

Mi piace la strada che sale e che isola.
Quella che alla fine è silenzio tranne il vento.

Mi piace la strada. Anche quando ho paura.
Ma c’è chi dice che gli ostacoli sono sempre e solo tanto grandi quanto la capacità di superarli.
Mi piace la strada che cresce e che fa crescere. Anche quando fa paura.

E domani è l’ultimo giorno di lavoro e cambio strada.
E questo un po’ paura la fa.
Sul ciglio della strada osservo l’incrocio e immagino quelli esponenzialmente più in là.
E ho la bussola in mano. E ho qualche cartiglio arrotolato.
Il binocolo non fa parte del bagaglio.
E ho le stelle. Ed i licheni sui tronchi degli alberi.
E compagni di viaggio e il gufo saggio..

Mi piace la strada che si indecide.
E che a volte e quando soprattutto si decide.

Perché indica che è il momemto di alzarsi.
Di alzarsi e di ripartire.




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